
«Non sarà l’AI a sostituire le persone. Ma le altre persone, quelle aumentate dagli strumenti di AI, diventeranno sempre più competitive.»
Logan Kilpatrick, Google Deepmind, ex OpenAI
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Nel webinar di mercoledì scorso ho chiesto ai presenti “chi sta usando l’intelligenza artificiale per la propria strategia, non per scrivere email o codice?”
Quasi nessuno ha alzato la mano.
Eppure erano tutti lì proprio per quello.
La questione dell’esocervello
Non so se ce ne siamo già resi conto, ma siamo (o saremo per esserlo in tempi molto brevi) i primi esseri umani ad avere un esocervello.
Hai letto bene: esocervello, ovvero una capacità cognitiva esterna che puoi usare come se fosse tua. Non un tool che esegue, ma un cervello in più che ragiona, sintetizza e propone. Nel business è la stessa differenza che passa tra una calcolatrice e un socio.
Il fatto è che oggi non competi più con chi conosce più cose. L’AI ha sbloccato l’accesso alla conoscenza, come fece Internet qualche tempo fa. Competi con chi usa meglio questo esocervello che, a differenza di quello dentro il nostro cranio, può essere potenziato e, soprattutto, condiviso.
Quanto è già autonoma l’AI nel business? Due casi reali

Nel marzo 2023, con GPT-4 appena uscito, il designer Jackson Greathouse Fall ha lanciato un esperimento chiamato HustleGPT: ha dato all’AI cento dollari e un’unica istruzione, fai più soldi possibile, senza nulla di illegale. Lui si limitava a eseguire gli ordini.
L’AI ha scelto un nome, progettato il brand, costruito il sito e impostato la strategia pubblicitaria, comportandosi come un CEO. Il business però non è decollato: il fatturato reale è rimasto di poche centinaia di dollari. Il punto non era il profitto, era vedere una macchina prendere decisioni operative in autonomia.
E non è un episodio isolato.
Oggi si parla già di company of one, aziende minuscole che muovono numeri enormi: un caso citato è un business da 1,8 miliardi di fatturato gestito con l’AI.
Una società cinese, NetDragon Websoft, nel 2022 ha persino nominato un’AI, Tang Yu, CEO di una controllata: nei mesi successivi, riporta Business Insider, il titolo ha sovraperformato l’indice Hang Seng. Casi estremi, d’accordo, ma la direzione è quella.
Tu come lo stai usando?
La maggior parte delle persone in azienda usa l’IA come una macchina da scrivere automatica e molto veloce. Chiedi cosa ti serve e ottieni una grande quantità di testo che molto spesso nessuno legge.
E questo è un bel problema, perché un esocervello non serve a fare più velocemente quello che già facevi, serve a pensare quello che da solo non avresti pensato.
C’è però un cavillo, ed è il motivo per cui molti restano delusi: un esocervello vale quanto il contesto che gli dai.
Senza una strategia condivisa e accessibile a tutti, l’IA lavora alla cieca e ti restituisce risposte generiche.
Se invece la strategia è scritta, con obiettivi, metriche, target e priorità messi nero su bianco, allora questo secondo cervello ha qualcosa da interrogare e diventa davvero utile.
Per usare l’AI per la strategia aziendale non si comincia comprando l’ennesimo abbonamento. Si comincia codificando la strategia in modo che tutti, umani e agenti, possano leggerla.

L’era della leadership aumentata non premia chi sa di più
Premia chi mette una capacità esterna al servizio di una strategia chiara. Il talento individuale conta ancora, da solo però non basta più a tenere il ritmo del mercato.
La buona notizia però è che il vantaggio non è più solo tecnico, è strategico (e lo sarà sempre di più).
La strategia, a differenza dei modelli, la controlli tu.
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Antonio Civita è founder di STRTGY e autore di MAKE PROGRESS® con gli OKR. Aiuta founder e team a trasformare la strategia in esecuzione con il metodo MAKE PROGRESS®. Per scrivermi, rispondi direttamente a qualsiasi email che ricevi da STRTGY.
